nelle arti visive il teschio ha da sempre impersonificato metaforicamente la morte, ma mentre oggi è solo un vuoto simbolo commerciale, in passato è stato invece un tremendo monito alla fugacità della vita.

simbolo per eccellenza della vanitas nel medioevo questi soggetti sono molto diffusi e comprendono il memento mori, l’homo bulla, l’et in arcadia ego, l’allegoria della morte e delle tre età dell’uomo, che sono strettamente connesse alle ars moriendi, le danze macabre, il trionfo della morte, la morte e la fanciulla, la leggenda dei tre vivi e dei tre morti.

il teschio doveva ricordare quale fosse la verità assoluta dell’uomo: quella di bianche ossa ghignanti disfatte della propria carne putrefatta. spoilerava ai vivi il finale dell’ultima stagione, ricordando loro quanto fosse frivolo ogni bene materiale, di quanto fosse breve ogni bellezza esteriore e di quanto fosse inutile ogni gloria accumulata in vita.
che tanto alla fine, sempre in un teschio ghignante si sarebbe involuto.

erano tempi difficili quelli del medioevo, nei quali la morte era così presente nel quotidiano che ognuno era sempre cosciente di portarne una dentro di sé come il frutto il nocciolo. tutti vivevano la propria vita con la certezza di lasciarla presto e ci si affrettava a consumare una vita sì breve ma assai intensa. in questo contesto d’instabilità la religione cristiana seppe fare del teschio il simbolo perfetto del terrore per l’oltretomba e per la dannazione eterna: i credenti, assillati dall’aldilà erano chiamati ad espiare i propri peccati per rendere conto a Dio di un’esistenza giusta.

ma il teschio non aveva solamente un significato negativo, poteva esser letto anche come un inno alla vita: al contrario degli animali che non hanno coscienza della morte, l’essere umano sa di avere una data di scadenza e che la vita deve esser glorificata, accumulando esperienze e saggezza, perché solo chi ha vissuto molto è in grado di poter comprendere la vita (e la morte) e il suo insegnamento.

e oggi? cosa rimane di tutto questo?
il teschio è ancora in grado di far arrivare il proprio ammonimento a chi fissa le sue orbite vuote oppure si è trasformato in un fermacarte: un oggetto obsoleto di una qualche utilità estetica e d’arredamento?

la vita oggi è molto più lunga che nel medioevo e tutto sommato, in termini di tempo, può definirsi un’esperienza soddisfacente. una vita lunga sì ma vissuta meno intensamente; vissuta in maniera anche più superficiale forse. in questo contesto la testa di morto non spaventa più, anche perché superata da altre immagini più crude e violente propagate dai media ed entrate a far parte del nostro viver quotidiano.
il teschio è stato detronizzato dal suo ruolo universale diventando il simbolo di una visione romantica della vita, come un giradischi o un abbecedario, che colpisce solamente una nicchia di persone con una spiccata sensibilità o chi ha vissuto altri tempi.
il suo significato è ancora riconosciuto universalmente (sui cartelli di pericolo, sulle etichette di certi prodotti da supermercato…) ma è talmente pacchiano, da apparire banale e vuoto quanto il logo di una multinazionale qualsiasi.

sono tempi i nostri, fatti di sola apparenza, di consumismo estremo e di pochezza morale; un’esistenza vuota nella quale la morte spesso è la semplice soluzione a tutti i problemi della vita piuttosto che l’unico motivo per viverla appieno.